L’obiettivo della mia tesi è stato quello di scoprire quanto fossero usate le espressioni paremiache – ovvero i proverbi, i modi di dire e le locuzioni – nella corrispondenza diplomatica. È apparentemente contraddittorio, infatti, che...
moreL’obiettivo della mia tesi è stato quello di scoprire quanto fossero usate le espressioni paremiache – ovvero i proverbi, i modi di dire e le locuzioni – nella corrispondenza diplomatica. È apparentemente contraddittorio, infatti, che figure altamente istituzionali come gli ambasciatori usassero, in missive indirizzate ai signori degli stati italiani, i proverbi, espressioni per loro natura colloquiali e familiari, tipiche della saggezza popolare.
Si è reso necessario, innanzitutto, uno studio preliminare molto intenso finalizzato a comprendere cosa siano le paremìe, quali siano i loro tratti distintivi a livello linguistico (sia sul piano morfologico che semantico) e come distinguerle da espressioni che, pur essendo simili, non sono classificabili come tali. Fondamentali in tal senso sono stati gli studi di Temistocle Franceschi e l’apporto del Dizionario dei proverbi italiani di Boggione e Massobrio. Necessario è stato anche uno studio di carattere storico-linguistico, teso a conoscere il funzionamento della diplomazia quattrocentesca e la varietà linguistica da essa utilizzata, quella delle koinè cancelleresche; di grande aiuto sono stati gli studi di Senatore, Lazzarini e Péquignot, che hanno consentito di spiegare proprio il motivo della presenza dei proverbi in contesti linguistici alti e formali.
L’oralità aveva grandissima influenza nella scrittura delle missive diplomatiche: le istruzioni contenute nelle lettere degli ambasciatori anticipavano l’esposizione orale del loro contenuto e quello che era stato detto durante le negoziazioni ritornava a sua volta ad essere scritto sulla carta. Oralità e scrittura viaggiavano quindi di pari passo. Non bisogna poi dimenticare che i dispacci registravano gli eventi in presa diretta: l’uso di espressioni colorite come i proverbi era per l’ambasciatore sicuramente un modo di esprimere il proprio coinvolgimento e la propria partecipazione emotiva ai fatti.
La seconda fase del lavoro ha visto la selezione di un corpus nel quale ricercare le paremìe e la successiva classificazione delle stesse in glossari ed appendici. Il corpus analizzato comprende il primo volume dei Dispacci sforzeschi da Napoli, la corrispondenza di Piero Nasi, ambasciatore fiorentino a Napoli (10 aprile 1491 – 2 giugno 1492), le lettere e i Memoriali di Diomede Carafa. I glossari – tre, uno per ogni parte del corpus – raccolgono le paremìe vere e proprie; le appendici – due – raccolgono modi di dire, locuzioni e sentenze. Numerose sono state le ricerche lessicografiche – spesso seguite da ipotesi semantiche – finalizzate a comprendere espressioni dubbie o dal significato sconosciuto o disusato, vista del resto la complessa e ibrida varietà linguistica delle missive, a metà tra latino e volgare. Il lavoro è di natura sperimentale proprio perché finora lo spoglio del corpus delle lettere degli ambasciatori finalizzato a trovarne i proverbi e i modi di dire non era mai stato fatto, né un glossario che li raccogliesse.
La funzione delle missive diplomatiche è quella di informare il signore o sovrano per conto del quale si agisce. Tuttavia, molto spesso, il fine dell’ambasciatore è quello di convincere il suo interlocutore. Le lettere hanno quindi una duplice funzione: informare ed argomentare. Mantengono una funzione informativa quando vogliono essere un riassunto o una sintesi efficace di colloqui o eventi; hanno invece funzione argomentativa quando vogliono persuadere. La presenza dei proverbi è proprio spia del passaggio a questa seconda funzione.
Le forme in cui si trovano le espressioni paremiache sono il discorso diretto e quello indiretto. Quando a parlare è l’ambasciatore la funzione del discorso può essere tanto riassuntiva quanto persuasiva; spesso egli non fa precedere le paremìe da alcun elemento introduttivo, presentandole quindi come proprie. In altri casi invece si serve di espressioni come “se solle dire”, “come è in proverbio” e simili, richiamandosi dunque ad un patrimonio condiviso di saggezza popolare.
Quando invece si citano le parole di altri personaggi la funzione del discorso è generalmente persuasiva. I discorsi indiretti sono introdotti spesso da verba dicendi, talvolta seguiti da frasi dichiarative a loro volta presentate come costrutti esplicativi, come “me disse queste parole, zoè che…” ecc. Frequenti sono anche i casi in cui l’ambasciatore usa insieme discorso diretto e indiretto, spesso in accumulazioni di frasi dichiarative: un esempio significativo in tal senso è la lettera 129 di Piero Nasi a Lorenzo de’ Medici.
Le lettere analizzate si sono rivelate ricche di paremìe e di altre forme paremiache; è Nasi, in particolare, a farne grande uso: basti solo citare le lettere 97, 137, 114 e 152 a Lorenzo de’ Medici, in cui esse abbondano sia nelle parole di chi scrive sia nei discorsi riportati di altri.
Il lavoro ha rivelato quanto il repertorio proverbiale sia un patrimonio umano e linguistico che unisce il passato al presente. È stato estremamente interessante scoprire quanto le paroles des négociateurs fossero le vere arterie dello straordinario mundo de carta – come lo ha definito Francesco Senatore – quattrocentesco, poiché rendevano possibili – solo grazie a carta e inchiostro – alleanze, paci e guerre tra stati diversi e lontani tra loro, contribuendo a farne la storia.