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Usa il tuo voto

Tuesday, May 05, 2009

Le elezioni europee tenutesi nel giugno del 2004 sono ricordate dagli osservatori come le elezioni con il più basso tasso di partecipazione mai pervenuto circa la scelta dei deputati al PE. L’entrata in Europa di ben 10 nuovi Paesi fece sperare tutt’altro e invece solo il 45% degli elettori aventi diritto esercitò il proprio dovere (aventi diritto al voto: 353.460.958 - votanti: 154.317.718). Un dato che fece discutere e che tuttora pesa sul ruolo politico e democratico delle istituzioni europee.
Il Parlamento Europeo, per far fronte ad un ulteriore insuccesso in termini di partecipazione elettorale, è corso ai ripari, attivando una campagna di comunicazione pubblica per promuovere la partecipazione dei cittadini europei alle prossime elezioni.

La campagna pubblicitaria è stata diffusa in 23 lingue e il costo totale è stato di 18 mln di euro (qualcuno ha calcolato 5 cent a cittadino). Il kit informativo, presentato il mese scorso alla stampa, contiene il manifesto locandina delle elezioni, delle postcards tematiche e un banner che richiamano, stando alle dichiarazioni di Francesca Ratti, responsabile delle Comunicazioni dell’esecutivo di Bruxelles, “i temi di maggiore interesse affrontati o che verranno affrontati in ambito europeo, come ad esempio l’ambiente, l’energia, gli investimenti, la sicurezza alimentare e l’immigrazione”.
La campagna, incentrata sullo slogan “usa il tuo voto”, è il frutto del lavoro dell’agenzia “Scholtz and friends”, largamente conosciuta in Europa e che già da qualche settimana sta tempestando tutti i paesi europei di manifesti e locandine, aprendosi alla comunicazione pubblica online senza risparmiare social network come Facebook o Twitter e video virali rintracciabili in rete a partire da youtube.
L’unica polemica è stata sollevata dal governo italiano che, attraverso il ministro italiano per le Politiche europee, Andrea Ronchi, l’ha definita “inadeguata”, annunciando che “il governo non la sosterrà e ricorrerà, invece, a una sua propria, diversa iniziativa”.
L’opposizione inevitabilmente si è chiesta perchè l’esecutivo Berlusconi vuole una sua strategia di comunicazione, forse per far passare dei messaggi dal contenuto politico?
E, in effetti, non per voler far ulteriormente le pulci alla comunicazione dell’attuale esecutivo, qualche dubbio viene. L’Italia è ormai la patria della comunicazione borderline, basta guardare l’ultima campagna di comunicazione lanciata dal governo per chiedersi come mai messaggi dal contenuto squisitamente istituzionale nel Belpaese assumano - magia della comunicazione - un tono politico e propagandistico.

Snobbata e derisa la polemica e stata rimandata al mittente.
Il PE continua la sua campagna di promozione, che è interamente visibile e scaricabile per fini di promozione al sito dell’Ufficio d’Informazione del Parlamento Europeo per l’Italia, mentre per le strade d’Italia è già difficile intravederla per via della vasta campagna di affissione selvaggia attuata dai diversi candidati per le amministrative.
Non bisogna dunque stupirsi se a vincere l’appalto per la strategia e la diffusione della campagna di promozione sia stata un’agenzia di Berlino e tantomeno ci si deve sorprendere se la nostra campagna di informazione istituzionale per le prossime europee sia offuscata dal dibattito sui candidati/veline comportando una terribile e volgare rappresentazione delle istituzioni europee.
Ad ogni modo, per la prossima tornata elettorale bisogna votare perchè, come recita il sito del PE:

Partecipando alle elezioni europee, scegliete chi influenzerà il vostro avvenire e la vita quotidiana di quasi 500 milioni di concittadini europei. Se non votate, lo farà qualcun altro al vostro posto, decidendo chi vi rappresenterà in seno all’unica assemblea paneuropea direttamente eletta. Gli eurodeputati eletti decideranno il futuro dell’Europa per i prossimi cinque anni. E allora, scegliete l’Europa che volete! Se non votate, non lamentatevi poi.

Fonte: www.politicaonline.it

Traslitterazioni

Tuesday, May 05, 2009

Le querelles intorno al 25 Aprile non sono cosa nuova. Per circa 60 anni la Festa di Liberazione è stato un evento che ha messo al centro di osservazioni e valutazioni i partigiani e il rispettivo ruolo che hanno avuto nella lotta alla liberazione e sulla nascita della democrazia in Italia. Negli ultimi 15 anni però, com'è noto, tale dibattito ha assunto connotati diversi. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si è sempre rifiutato di partecipare alle celebrazioni di quello che ormai è un vero e proprio rito nazionale, una volta dandosi per malato, un'altra volta dando forfait per impegni internazionali, un'altra volta dicendo di volerlo trascorrere in famiglia. Quest'anno però, vuoi per via delle spinte solidaristiche dovute al terremoto in Abruzzo, vuoi per le sue non più tanto velate velleità presidenziali, il presidente del consiglio ha deciso di partecipare alle celebrazioni del 25 Aprile senza riserve.
Ad un'analisi più attenta tale partecipazione va però valutata sotto la lente degli accadementi, sopratutto quelli politico-mediatici che, in linea con tutte le legislature governate da Silvio Berlusconi, hanno caratterizzato l'andamento dei fatti e, inevitabilmente, delle rappresentazioni e delle corrispettive opinioni.
La partita che è "apparsa" più importante sul tavolo del compromesso da parte del Presidente del Consiglio è stata giocata sul campo di una fantomatica proposta di legge, ovvero l'Istituzione dell'Ordine del Tricolore e adeguamento dei trattamenti pensionistici di guerra che, nelle sue linee generali, recitava così:

L’onorificenza è conferita[…] a coloro che hanno prestato servizio militare […] nelle formazioni armate partigiane o gappiste […] e ai combattenti nelle formazioni dell'esercito nazionale repubblicano durante il biennio 1943-1945.

Dove per onorificenza si intende la possibilità di adeguare il sistema pensionistico di coloro che hanno prestato servizio militare durante la seconda guerra mondiale senza limiti di appartenenza. In poche parole, si voleva equiparare i “militari” della Repubblica di Salò (i repubblichini) ai partigiani e agli appartenenti delle varie brigate per la libertà.
Ovvie le proteste da parte del PD e delle diverse compagini di sinistra che compongono l’arcipelago culturale e politico che vede nella resistenza e nei partigiani un pilastro storico indiscutibile.
Per far fronte alle polemiche, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel giorno del 25 Aprile, Festa della Liberazione, ha commentato così la protesta emersa contro la proposta di legge: «Non sapevamo che fosse stato presentato questo disegno di legge, che sarà certamente ritirato».
Questa affermazione, e il ritiro da parte del governo della proposta di legge, sono stati salutati e valutati dai leader del centrosinistra come una vittoria politica. Franceschini ha commentato dicendo che Berlusconi oggi ha detto «parole importanti», riconoscendo la resistenza come uno dei valori fondanti della Nazione.
E anche dalle cosiddette forze radicali, attraverso la voce del Segretario di Rifondazione Ferrero, è arrivato un apprezzamento e un rilancio: «Bene che Berlusconi ritiri il progetto di legge che equiparava i partigiani a i repubblichini. Ma non risolve il problema di fondo: Berlusconi deve riconoscere che l'antifascismo è il fondamento della repubblica.
Il Presidente del Consiglio ha accettato questa apertura e durante il discorso ufficiale tenutosi ad Onna ha dichiarato:

La Resistenza è – con il Risorgimento – uno dei valori fondanti della nostra nazione, un ritorno alla tradizione di libertà. E la libertà è un diritto che viene prima delle leggi e dello Stato, perché è un diritto naturale che ci appartiene in quanto esseri umani. Una nazione libera tuttavia non ha bisogno di miti. Come per il Risorgimento, occorre ricordare anche le pagine oscure della guerra civile, anche quelle nelle quali chi combatteva dalla parte giusta ha commesso degli errori, si è assunto delle colpe.

Questo è solo uno stralcio del discorso del presidente Berlusconi. Nel testo integrale del discorso  la parola libertà compare per ben 25 volte, in maniera ridondante e in precisi momenti, sopratutto in questo passaggio:

Ma tutti seppero accantonare le differenze, anche le più profonde, per combattere insieme. I comunisti e i cattolici, i socialisti e i liberali, gli azionisti e i monarchici, di fronte a un dramma comune, scrissero, ciascuno per la loro parte, una grande pagina della nostra storia. Una pagina sulla quale si fonda la nostra Costituzione, sulla quale si fonda la nostra libertà [...] Sono maturi i tempi perché la festa della Liberazione possa diventare la festa della Libertà.

Ma volendo stare più attenti tra Liberazione e libertà vi è, per chi non se ne fosse accorto, una enorme differenza gergale, oltre che grammaticale.
Ora, aprendo un comunissimo dizionario e andando alla parola <em>traslitterazione</em> possiamo leggere che con tale termine si rimanda ad una conversione di una parola, una frase o un testo da un sistema di scrittura in un altro; è un procedimento differente rispetto alla trascrizione, che si ha quando i suoni di una lingua vengono registrati mediante simboli scritti. Con traslitterazione si intende quindi quel procedimento attraverso il quale una parola, sia nel suo senso che nel suo significato, subisce una trasformazione che può rimandare a qualcosa di diverso rispetto all’origine semantica della parola.
La Liberazione, un evento celebrato come un momento dove si esaltavano e si riprendevano le gesta dei gruppi spontanei nati per combattere il governo fascista prima, e l'occupazione nazional-socialista poi; la Liberazione, il giorno in cui l'Italia vide attraverso lo sforzo di migliaia di partigiani e singoli individui nascere se stessa e i primi passi verso quella che oggi definiamo come democrazia moderna; la Liberazione è divenuta la Festa della Libertà.
Un inganno storico in salsa comunicazionale, una traslitterazione in puro stile Berlusconiano.
Del resto la libertà, come afferma e sottolinea più volte Marc Lazar nel suo ultimo testo (L’Italia sul filo del rasoio. La democrazia nel paese di Berlusconi [Rizzoli 2009]), è stato il cavallo di battaglia di Berlusconi sin dal '94, dal suo primo spot fino a diventare parte del nome del suo partito.
Quale miglior occasione dunque se non il 25 Aprile, quale miglior occasione se non quella di un rito nazionale, quale miglior occasione per sfigurare oltre 60 anni di storia repubblicana.

 

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